Domenica 25 gennaio 2026 durante la Messa delle 11.00 a San Giuseppe abbiamo celebrato la Festa degli Anniversari di Matrimonio. Tra le 44 coppie presenti c’era chi si è sposato l’anno scorso e chi festeggiava 67 anni di matrimonio, senza dimenticare i tre 50° e due 25°…

Riportiamo di seguito l’omelia di don Davide:

Maria e Giuseppe portano il Bambino al tempio, «per presentarlo al Signore» (Lc 2, 22). Una giovane coppia col suo primo bambino ha con sé la povera offerta dei poveri, due tortore, ma anche il più prezioso dono: il loro figlio. È presentato a Dio, perché non è semplicemente il figlio di Giuseppe e Maria (come ogni figlio e figlia): «i figli non sono nostri» (K. Gibran), appartengono a Dio, al mondo, alla loro vocazione e ai loro sogni, sono la freschezza di una profezia. A noi spetta salvare  almeno lo stupore!
E sulla soglia ad accoglierli non ci sono le autorità religiose, ma due anziani, Simeone e Anna, due laici che sono “in attesa”, perché hanno speranza. Un uomo e una donna innamorati di Dio con gli occhi velati dalla vecchiaia, ma ancora accesi dal desiderio: è il passato che tiene fra le braccia il futuro dell’umanità.
Oggi, nella Festa della Santa Famiglia, celebriamo il ricordo dell’anniversario di matrimonio di molte coppie della nostra comunità pastorale. Ho provato a raccogliere le idee, andando in cerca di appunti, note e pensieri e mi sono imbattuto in questa provocazione di Beppe Severgnini – giornalista e saggista – che per l’inizio del nuovo millennio scriveva che ogni decennio portava addosso un marchio. Per gli anni Sessanta era un fiore, per gli anni Settanta un barile di petrolio, il dollaro ben descriveva gli anni Ottanta, mentre un telefono cellulare rappresentava gli anni Novanta. E, pensando al tempo nuovo che si apriva gli pareva che più di altre cose ad esprimerlo al meglio fosse il cestino, quello che sta sullo schermo del computer. E continuava: «Siamo diventati, infatti, una società usa-e-getta. Avevamo cominciato con i fazzoletti, i rasoi, le macchine fotografiche; siamo arrivati alla storia, alla politica, ai sentimenti». Per questo l’aggettivo che meno si adatta alla nostra epoca è “indimenticabile”. Il nostro è il tempo della memoria breve e della rottamazione inevitabile.
Ma noi, qui riuniti quest’oggi, ci domandiamo quale sia l’ideale evangelico. Non possiamo che rispondere: “Un amore fedele, un amore che è per sempre”. Per questo vi propongo alcuni sentieri che innanzitutto a me sembrano affidabili e penso che possano essere utili anche a voi, perché il vostro amore non sia mai stanco.
Il primo sentiero è quello della tenerezza. Riprendo le parole di un teologo francese, Charles Singer, che così si esprimeva: «Dimmi spesso che mi ami, con parole, gesti e azioni. Non credere che lo sappia già. Forse ti sembrerò imbarazzato e negherò di averne bisogno, ma non credermi, fallo lo stesso. Prenderemo del tempo per guardarci in faccia e parlarci come al principio. Prenderemo del tempo perché ritorni la tenerezza». C’è una parola che dobbiamo recuperare e dire spesso: “Ti voglio bene”.
Il secondo sentiero è quello dell’umiltà. Innamorarsi è facile, ma amarsi per tutta la vita è difficile. Un modo assai efficace perché un matrimonio vada in cortocircuito e una famiglia a gambe all’aria è pretendere un rapporto di coppia senza imperfezioni, una famiglia senza incomprensioni. Così la filosofa Luisa Muraro scriveva: «Sono come i bambini che pensano i genitori onnipotenti e rimangono delusi quando si accorgono che sono semplicemente esseri umani. […] Immaginano la coppia perfetta, dove tutto è bello e niente può turbare questa bellezza». Qui, la parola da riscoprire e dire spesso è: “Scusa, ho sbagliato”.
C’è un terzo sentiero, che si chiama: pazienza e fedeltà, come nel pensiero della scrittrice triestina Susanna Tamaro.  Guardando una tazza di te scheggiata, resa scura dai tanti te bevuti, carica di umori e sentimenti, ripensava al tempo con il quale era stata con lei, a quanta pazienza e attenzione le aveva prestato. E continuava: «Per non gettare via una tazza ci vogliono due sentimenti inusuali ma importantissimi come la pazienza e la fedeltà. La pazienza somiglia a una mattone, la fedeltà a una radice. Con i mattoni si costruisce, grazie alle radici si cresce». Anche qui una parola può salvarci: “Per favore”.
Il quarto sentiero si potrebbe chiamare: l’arte di ricucire i pezzi. In un film del 1995: Gli anni dei ricordi, la regista australiana Jocelyn Moorhouse raccontava la storia di alcune donne che trascorrevano il tempo cucendo trapunte con ritagli di stoffa colorata. Mentre facevano questo, educavano la più giovane all’amore. Nella loro vita – le ripetevano –  avevano sempre cercato di mettere insieme i pezzi, anche se ridotti a brandelli, a prima vista inutili e quasi da buttare. Ad un certo punto si sente dire: «I giovani amanti cercano la perfezione. I vecchi amanti invece conoscono l’arte di ricucire i pezzi». Forse perché «vedono la bellezza e l’armonia dei brandelli». La parola da ripetere per non dimenticarla è: “Grazie”.
Non può mancare un sentiero della preghiera. In una lettera a due sposi, datata “maggio 1943”, il pastore luterano Dietrich Bonhoeffer scriveva: «Non è il vostro amore che sostiene il matrimonio: è il matrimonio che porta sulle spalle il vostro amore […] Dio è il garante dell’indissolubilità. È una gioiosa certezza sapere che nessuna potenza terrena, nessuna tentazione, nessuna debolezza potranno sciogliere ciò che Dio ha unito». La Parola e l’Eucarestia devono essere la forza e la misura del vostro amore. Quanto le cose cambiano pregando! Per questo, abbiamo bisogno di recuperare una parola da ripetere ogni giorno: “Preghiamo”.
Ci si potrebbe fermare qui, se non fosse che ancora due sentimenti mi pare restituiscano la grazia e la gratitudine dei vostri anni: stupore e lacrime. Con il primo dichiariamo: “Non sono capace ancora di amarti abbastanza, ma sono stupito –  dopo tanti anni – del nostro amore”. Con le seconde riconosciamo: “Potevo amarti di più”, e solo la commozione è capace di lavare ritardi, rimorsi e omissioni.
Concludo con una preghiera, in cui affidiamo al Signore, con l’intercessione di Maria, tutte le nostre famiglie, anche quelle che sono in crisi, quelle ferite, quelle spezzate da una separazione o da un divorzio, perché non si sentano mai lontane dal cuore di Dio e dalla nostra comunità: «Grazie, Signore, per la nostra famiglia. Rendici capaci di un amore al contempo forte e tenero, nuovo di giorno in giorno, pronto sempre al perdono, solidale alle necessità delle altre famiglie, partecipe della vita della comunità cristiana. Maria, madre tua e nostra, ci custodisca. Amen».